Uno studio condotto dal WWF e presentato al World Future Energy Summit svoltosi a Dubai fra il 15 e il 17 gennaio, dimostra che, nell'ipotesi in cui l'energia elettrica venisse prodotta esclusivamente attraverso l'uso del fotovoltaico si occuperebbe, contrariamente a quanto si è detto finora, solamente l'1% del suolo globale. Sarebbe dunque infondata la preoccupazione legata al consumo del suolo derivata dall'impiego della tecnologia green.

Lo studio, una sorta di "Atlante del Fotovoltaico" denominato "Solar PV Atlas", è stato redatto dal WWF in collaborazione con tre aziende leader nel settore: First Solar, 3Tier e Fresh Generation. Nello studio si prendono in esame sette casi di impiego del fotovoltaico in sette diversi luoghi geografici del pianeta: Indonesia, Madagascar, Messico, Marocco, Sud Africa, Turchia e Stato indiano del Madhya Pradesh. In tutte queste ipotesi è stata soddisfatta la condizione premessa: si produce energia sufficiente a coprire il totale fabbisogno di energia elettrica, occupando una porzione di territorio che non supera l'1% del totale.

WWF sostiene che i risultati dello studio mettono in evidenza come la tecnologia fotovoltaica, se associata ad una corretta pianificazione, non è in contrasto con le necessità di conservazione e di tutela del territorio: risparmio energetico e ambiente sarebbero quindi, in quest'ottica, perfettamente compatibili. Sulla scorta di questa considerazione l'associazione internazionale ribadisce il proprio punto di vista sul futuro: è possibile da qui al 2050 fare in modo che il fabbisogno energetico mondiale sia coperto integralmente attraverso il ricorso ad energie rinnovabili.

Una considerazione però è d'obbligo: in tutte le ipotesi prese in esame dallo studio il fabbisogno energetico delle aree geografiche interessate non giunge certamente ai livelli richiesti in altre realtà altamente industrializzate, ciò quindi consentirebbe un minore impiego del suolo. La strada delle rinnovabili resta una soluzione ai problemi ambientali, ma affinché l'idea e i propositi del WWF e delle altre associazioni ambientaliste possano inverarsi è necessario che i governi tornino ad investire nella ricerca scientifica sul settore delle rinnovabili: un aumento della redditività energetica delle tecnologie impiegate rappresenta probabilmente l'unica vera strada che consentirebbe di conciliare le necessità legate all'approvvigionamento con quelle inerenti alla tutela del territorio.

Va però evidenziato che il danno al territorio eventualmente arrecato da impianti di energia rinnovabile presenta caratteristiche che non sono contraddistinte dalla persistenza, che invece è propria delle tradizionali tecnologie atte a produrre energia elettrica. Lo poneva in rilievo Mauro Zambrini di Ambiente Italia nel 2011: "gli impianti a fonti energetiche rinnovabili possono essere realizzati su terreni agricoli senza che questi cambino destinazione d'uso, perché gli impianti in questione sono realizzati mediante l'impiego di strutture facilmente smontabili e asportabili e non necessitano di opere di cementificazione che invece andrebbero a determinare una trasformazione irreversibile dei suoli occupati".